Bottega del Coltellinaio

Bottega del coltellianio

 

La bottega rappresenta la testimonianza superstite dell'ambiente di lavoro del coltellinaio e conserva la macchine e le attrezzature per la lavorazione artigianale del coltello che vi si è svolta.


Dal 1990, per volontà dell'Amministrazione comunale di Scarperia, destinata a Museo,è stata il luogo in cui, per decenni, e precisamente dall'inizio del ‘900 fino allo scadere degli anni '70 gli operai della Ditta Dino Savi e Figli hanno svolto la loro attività di rinomati produttori di coltelli e forbici di ogni specie.

Nella bottega venivano realizzati coltelli tipici di diverse regioni italiane e in particolare si producevano modelli utilizzati nel Sud Italia, come il "frosolone", il "napoletano", il "siciliano".

Un coltello di grande diffusione e notorietà era poi la "zuava" prodotta da tutti i coltellinai di Scarperia.
La lunga attività della bottega è documentata dalle "macchine" che vi si trovano e che permettono di seguire l'evoluzione della lavorazione del coltello, dalla forgiatura a mano alla realizzazione e stampo della lama, dal movimento manuale al motore elettrico per azionare la mola.

Macchine e fasi di lavorazione

la forgia

Quando la bottega venne dotata di corrente elettrica la rotazione della mola venne assicurata da un motore ed anche il trapano a mano venne sostituito da quello elettrico; il cambiamento più importante, conseguente all'aggiornamento delle attrezzature, si verificò nella lavorazione della lama che veniva realizzata a stampo utilizzando la pressa a mano detta bilanciere.

La prima fase del lavoro si svolgeva alla forgia in cui avveniva il riscaldamento dell'acciaio delle lame e l'ammorbidimento del corno utilizzato per i manici cui facevano seguito le operazioni di montaggio e finitura.

Nelle vicinanze si trovava l'incudine in cui l'artigiano modellava la lama incandescente con l'abile utilizzo di pinze e martello e il banco da lavoro in cui si trovano le morse da banco e tutti gli utensili per la lavorazione del manico "taglialosso", lime, raschiatoi, "sartuzza") e per una prima finitura della lama.

La mola

Per le fasi di finitura si utilizzavano le mole di vario genere, il cui funzionamento era assicurato dalla ruota, detta "stella", che tramite un sistema di funi trasmetteva il movimento rotatorio alla mola stessa; la "stella" era azionata dalla "giratora" l'unica donna ammessa nel laboratorio del coltellinaio.La mola è alloggiata nella pila, la vasca ricavata in unico blocco di pietra e corredata dal "conchino con cannella", recipiente in terracotta disposto superiormente, colmo d'acqua, fornito di rubinetto che permetteva lo stillicidio dell'acqua sulla mola in modo da evitare il surriscaldamento della lama e la conseguente perdita della tempera durante l'affilatura. Nella lavorazione si utilizzavano almeno tre differenti tipi di mole; la mola di pietra, utilizzata per la prima  sgrossatura della lama, la mola di legno con bordo abrasivo (smeriglio) detta sputafuoco", utilizzata per la finitura della lama, la mola di stracci, detta "orso", formata di più dischi di panno uniti insieme, utilizzata per lucidare i manici di corno, con l'ausilio della pasta lucidante.